26 giugno – Intervista al Best Speaker

Come tu mi vuoi: parlare “ascoltando” il proprio pubblico

Francesco Ascoli, trentenne, analista finanziario di una importante banca d’affari italiana, a fine giugno ha vinto il suo primo discorso con «Non è l’ultima cena». Per il progetto numero 4, «How to say it», che richiede l’uso dei vocaboli più adatti, di frasi brevi e incisive, di immagini vivide e di metafore e paragoni, Francesco si è sfidato nel raccontare il destino di una grande opera del Veronese, «Convito in casa Levi», conservata nella chiesa dei santi Giovanni e Paolo a Venezia. Il quadro, in origine, avrebbe voluto rappresentare l’ultima cena ma, per alcuni aspetti ritenuti blasfemi all’epoca (come il sangue dal naso di un cameriere e la presenza di cani, pappagalli , buffoni e ubriachi), venne declassata dalle autorità religiose a una cena qualsiasi in onore di Gesù, e non come l’ultima sacrale. Così all’opera venne cambiato il titolo, venne ritoccata e non ricevette i dovuti onori. «Mi sembrava una storia curiosa e interessante da raccontare e anche un modo per restituire il giusto valore a un’opera censurata dalla Chiesa d’allora», spiega Francesco Ascoli.

Dopo quanto tempo hai vinto il tuo primo discorso?
Dopo nove mesi, sono socio dallo scorso ottobre.

Che aspetti senti di aver migliorato in questo periodo relativamente breve?Senz’altro è aumentato il grado di sicurezza nel parlare in pubblico. Non che all’inizio il cuore non batta più a mille ma, rispetto a prima, il disagio passa in fretta e non è più una sofferenza parlare per sette minuti di fila! Tuttavia, il cambiamento più significativo è stato nel mio approccio verso chi ascolta. Ora quando preparo e faccio un discorso tengo conto anche di chi ho di fronte, mi sforzo di creare un contatto, una empatia, seguo un filo logico che non rimanga solo nella mia testa, ma che arrivi anche agli altri. Anche a livello di linguaggio sto cercando di essere più divulgativo, di uscire dal linguaggio tecnico per trasmettere meglio il mio messaggio.

Ci fai degli esempi?
Il secondo speech, per esempio, era sulle problematiche derivanti dalle innovazioni tecnologiche. Ero convinto di essere comunicativo e di avere un messaggio chiaro e fluido da trasmettere, eppure non è arrivato così. Le conclusioni in particolare sono state poco efficaci. Il terzo, invece, era sul «Grande fratello» con l’aiuto di slide e numeri sì impressionanti su Facebook e altro ma, per esempio, non ho spiegato cosa fosse l’ebitda, un termine economico che indica in sostanza il risultato operativo di un’azienda ante interessi finanziari, ammortamenti e tasse. Questo crea distanza con un pubblico eterogeneo.

Ma al quarto hai fatto centro! Cosa ti ha aiutato a rivolgerti di più al pubblico?
Facendo tesoro delle critiche costruttive che mi sono arrivate, i cosiddetti «feedback» e imparando dagli altri, in particolare da quelli con lo stile che preferisco. Adna Omerbegovic, per esempio, è ingegnere, a volte ci parla di cose tecniche (come nello speech sul volo), ma riesce sempre a superare la freddezza della struttura logica creando empatia con il pubblico, grazie al coinvolgimento emotivo, suo e degli altri. Anche Antonio De Nes mi piace molto, ha un inglese perfetto e una forma mentis da ingegnere che condivido, ma forse lui, come me, è ancora poco sciolto emotivamente! Toccare le corde dell’emotività non vuol dire snaturalizzarsi, ma mettersi sulla stessa lunghezza d’onda degli altri e non obbligare chi ascolta a seguire il nostro ragionamento, ma avvicinarsi loro. È un po’ come la differenza che passa tra un padre di famiglia che ti parla dall’alto in modo autoritario e uno scambio alla pari tra amici, che è molto più convincente.

Come si fa il salto?
Per me, come ho detto, è nato dall’osservazione di come fanno gli altri e dall’analisi dei feedback di tutti voi che sono preziosissimi per migliorare. Così, per esempio, mi sono reso conto che usavo slide, grafici e numeri un po’ per protezione, certo per non perdere il filo del discorso, ma anche per non essere costretto a guardare sempre il pubblico, solo che finivo per guardarle troppo! È successo anche l’ultima volta, mentre la visione dei quadri doveva essere solo un supporto ottico a chi ascoltava la storia. Comunque, piano piano i limiti si superano e già il linguaggio è migliorato nel quarto discorso, forse anche grazie al fatto di non essere un esperto d’arte, così sono stato più colloquiale!

Come sei arrivato al Tm?
Come sai sono molto timido e arrossisco facilmente (ora molto meno – ndr). Per caso o non per caso, un giorno su Amazon mi è apparsa la pubblicità di un libro di Scott Berkun, ex manager di Microsoft, su come parlare in pubblico, mi sono incuriosito e l’ho acquistato. Suggerisce come comportarsi anche nelle situazioni peggiori, come in una sala vuota enorme con tutti seduti in fondo. Alla fine  citava anche i gruppi del Toastmasters e quando ho visto che ce n’erano due a Milano vi ho contattati. Di Francesco Vecchiè (past president dal primo luglio – ndr) mi è piaciuto subito l’approccio razionale e l’attento rispetto dei tempi, che è fondamentale nel mio lavoro. Questo allenamento alla sintesi mi sta tornando utile in banca, oltre alla maggiore sicurezza e interazione con gli altri!

I tuoi prossimi obiettivi?
Sono come una pianta che sta crescendo, non saprei cosa potenziare, deve rinforzarsi ancora tutto: il messaggio, la presenza fisica, la fluidità logica. Insomma mai dare per scontato di aver acquisito qualcosa, anche perché l’emotività o la giornata “no” ti possono sempre prendere in contropiede, quindi meglio non abbassare mai la guardia! E, come dice Berkun, l’emotività non scompare, ma si può imparare a controllare.

Delle altre attività con finalità di leadership quali ti piacciono di più e ti sembrano più utili?
Il Tabletopics (la sessione di improvvisazione – ndr) è il mio preferito, perché secondo me è l’anello di congiunzione tra il club chiuso, come ce ne sono tanti, e il gruppo aperto. In pratica, è una finestra che si spalanca sull’esterno, ossia gli ospiti, e li coinvolge subito. Se Vecchiè non mi avesse chiamato fin dalla prima volta, non so se avrei aderito così facilmente al Tm. Perché da un lato avermi fatto intervenire mi ha confermato il mio disagio a parlare in pubblico, e quindi la necessità di fare qualcosa al proposito, dall’altro è stato un gesto di apertura da parte del club “chiuso”, che mi ha fatto sentire accolto. Il successo numerico dei nuovi soci di quest’anno è il più alto riconoscimento che il club potesse avere!

E cosa pensi degli altri ruoli?
Mi piace lo stile di autogestione dove ognuno fa qualcosa, e anche il compito più banale, come registrare i tempi, è utile e necessario alla buona riuscita della riunione, che è il nostro principale obiettivo. In questi nove mesi non ho mai visto nessuno distratto o poco impegnato nel ruolo che ricopriva e questo effetto di team compatto e unito verso lo scopo comune è bellissimo!

2 thoughts on “26 giugno – Intervista al Best Speaker

  1. Grazie per i complimenti, Francesco. Non sapevo che i miei discorsi ti hanno ispirato. Mi fa piacere, però!

    Ps. Bellissima intervista, Gaia!

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