31 gennaio 2012 – Intervista al Best Speaker

Il Toastmasters come sfida alle paure personali e alla cattiva abitudine di non offrire il proprio tempo
a cura di Gaia Fiertler

Attività fisica, “to do list” e “time boxing” con i tempi massimi per ogni compito da svolgere sono i tre consigli pratici che Francesco Vecchiè ci ha dato nel discorso con cui ha vinto la riunione del 31 gennaio. Uno speech avanzato del manuale “Speaking to inform”, con l’obiettivo di veicolare informazioni sulla gestione del tempo in modo utile e divertente: «Si sceglie un argomento che possa essere d’interesse comune e, per questo, ho deciso di parlare di time management, che è un tema caldo per tutti!». Francesco, socio dal 2006 e presidente in carica del Milan-Easy Toastmasters Club, sta completando questo manuale avanzato insieme con quello sullo “Story Telling”, con cui ci ha intrattenuti in occasione della Speech Marathon il 14 febbraio.

Come sei arrivato al Toastmasters nel 2006?
Avevo letto sul blog di sviluppo personale www.stevepavlina.com (“Personal development for smart people”) di questa utile e interessante organizzazione internazionale. Pavlina è un programmatore che a un certo punto ha deciso di abbandonare il lavoro tecnico per prendere la strada dell’auto-miglioramento. È una persona integra, che mi piace: sul suo blog tutti gli articoli sono gratuiti e non c’è la pubblicità di google, che non trova in linea con la propria visione. Lui ora tiene corsi e programmi di affiliazione per libri.

Quindi?
All’epoca lessi un articolo sul Toastmasters molto interessante e così mi informai: l’unico club era quello di Milano. Si riunivano la sera stessa in cui chiamai, mi risposero in modo informale e accogliente invitandomi ad andare e così mi precipitai! Era una serata speciale, c’era un workshop sul Table Topics, la sessione di improvvisazione. Mi trovai al tavolo di lavoro con Elena Folkes e Fabrizio Cruschelli, che mi scelsero come rappresentante del gruppo per la sfida finale, che vinse Marina Mentasti. Fu tale lo shock che ricordo ancora la domanda che mi fecero! Dopo però ero euforico e contento: ero sopravvissuto ed ero stato coinvolto subito. In pratica, avevo già superato un mio limite!

Da allora hai sempre partecipato?
Sì, l’unica cosa di cui mi rammarico è di non essermi iscritto subito, ma di aver aspettato un paio di mesi.

Un paio di mesi non sono molti…
Finché non ti iscrivi non puoi partecipare alle attività e allora secondo me perdi tempo. Perché una cosa è guardare, un’altra è fare. Si assimila di più quando le cose le fai personalmente. Per ascoltare dei discorsi ben fatti non c’è bisogno di venire da noi, basta guardare quelli pubblicati su www.ted.com, dove sono raccolti interventi di scienziati, politici e persone di spicco. Insomma per stare solo a guardare si può fare anche da casa. Mentre il bello del club è che si interagisce, si prova, si sbaglia, si cresce e si migliora con l’aiuto di tutti. La mia idea è di coinvolgere i nuovi membri fin da subito, perché si impara facendo. Come si dice «ascolto e dimentico, vedo e ricordo, faccio e capisco»!

Che miglioramenti hai avuto in questi anni?
Ho ridotto il nervosismo con cui affronto il pubblico. All’inizio di ogni discorso prima sentivo una forte tensione, ora ogni volta mi stupisco della mia nuova sicurezza! Quando aprivo uno speech guardando tutti in silenzio, prima sentivo addosso una pressione pazzesca, perché  mi sentivo come una preda pronta a essere divorata. E la risposta fisica dell’evoluzione è quella di scappare dal pericolo. Ora, invece, a furia di espormi ho superato la paura perché ho visto che non succede niente. Il pubblico mi suscita ancora quell’emozione che mi fa dire «Scappa!», ma ormai è più forte l’altra parte che mi dice di non preoccuparmi.

La sera che hai vinto per il miglior discorso, il 31 gennaio, eri febbricitante, come hai fatto a cavartela così bene tanto da vincere?
Avevo la febbre anche mentre lo preparavo e la sera dello speech stavo male: ero preoccupato e ripassavo la scaletta, ma poi per fortuna mi è scattato “il demone buono” che risiede in tutti noi, come dice Socrate. Infatti un conto è resistere in maniera forzata, un conto è mollare il controllo sulla mente che ti fa preoccupare e, invece, affidarti alle tue capacità lasciandoti libero di esprimerti, in pratica liberandoti delle preoccupazioni della mente!

Qui entriamo in dinamiche profonde…
Io ho un problema di perfezionismo, per esempio, per cui prima di frequentare il Tm non agivo se non mi sentivo pronto e perfettamente a mio agio. Poi invece il mio mentor David Crosby mi ha fatto capire che non avrei mai potuto essere perfetto. Quindi è meglio mettersi in gioco, provare, dedicarsi e  ottenere il miglior risultato possibile, piuttosto che non fare nulla e aspettare il momento buono. Il pratica, agire è meglio della pretesa di perfezione che è un miraggio e spesso blocca l’azione.

Un grande manager una volta disse che «il meglio è nemico del bene». Nel senso che a furia di cercare le condizioni migliori per tutto non si fa niente e non si prendono decisioni.
Infatti, invece nelle nostre riunioni ci mettiamo in gioco, ci mettiamo alla prova tutte le volte per quanto il clima sia amichevole, perché siamo esposti alle critiche, anche se garbate e costruttive. E agiamo con risorse limitate, come il tempo a disposizione dello speech e quello di preparazione prima! Io sono ancora introverso, per esempio, ma mi sfido a essere socievole. Insomma cerco di fare al meglio delle mie possibilità senza più pretendere la perfezione. Decido di fare anche se non sarà perfetto.

Nel caso di questo discorso?
Avevo deciso la settimana prima, ho pensato che sarebbe venuto meglio che non farlo per nulla e creando problemi agli altri, perché avrei lasciato uno spazio da riempire all’ultimo. Sento infatti la responsabilità del ruolo.

Hai avuto anche piccoli miglioramenti espressivi?
Sì, prima facevo tanti trascinamenti («ah», «eh»), che nel tempo ho sostituito con pause, silenzi. Certo mi capita ancora quando improvviso, perché non si finisce mai di imparare! Un altro aspetto che desidero potenziare è quello di fare leva sul lato emotivo delle persone. Io sono molto razionale e quindi per me è uno sforzo arrivare alle emozioni degli altri, partendo dalle mie stesse emozioni, che è la vera forza di uno speaker. In uno speech dove vuoi ispirare gli altri, per esempio, se vuoi spingere al miglioramento devi toccare le corde emotive, partendo dalla conoscenza delle tue.

Altre sfide personali?
Da ora in poi tenere i discorsi in inglese con la mentorship (la guida) di Laura Hoti, la nostra vicepresident education americana. Si può infatti chiedere sostegno ai soci anziani sui vari temi d’interesse.

In questi anni sei sempre stato attivo nel comitato esecutivo?
Sì, ho fatto due volte il vicepresident education, il vicepresident membership e il segretario. All’inizio l’ho fatto per curiosità, per capire come funziona la macchina organizzativa e come ci si sta dentro. Poi è subentrato il desiderio di rendermi utile: se si dà qualcosa agli altri si riceve molto di più e poi è giusto restituire e dare anche di più nelle associazioni come il Tm che ti regalano tanto. Senza mettersi però a misurare costi-benefici perché allora ci si limiterebbe e tante volte si smetterebbe di dare. Ma se tutti smettessero di dare nulla funzionerebbe più. Così, per contrastare questa attitudine, bisogna fare di più di quanto inizialmente riceviamo:  funzionano di più le comunità dove ci si aiuta tutti, ma non è un’abitudine diffusa, io cerco di creare questo tipo di cultura. Mi chiedo sempre «Io che cosa possa fare»? Per piccola che sia infatti la mia azione influenza e influenzerà gli altri e alla lunga si crea un’onda positiva.

Un esempio pratico nel Tm?
L’anno scorso, con lo spirito di dare a tutti l’opportunità di crescere più in fretta, ho insistito perché si facessero quattro discorsi a serata (prima erano tre). All’inizio ho trovato un po’ di resistenza, ora invece siamo tutti più efficienti per rispettare i tempi pur con quattro discorsi. Ci guadagniamo tutti, utilizzando in modo più efficiente il tempo. L’obiettivo di quest’anno invece è stato di quello mantenere l’armonia all’interno dell’esecutivo e dell’associazione. È facile arrivare allo scontro, invece bisogna prevenire, trattare con rispetto ogni area di competenza e non invaderla né farla invadere. Ognuno sta regalando il proprio tempo, quindi è giusto dargli il dovuto riconoscimento ed evitare malumori e scontentezze.

Be’ ci sei riuscito. Non solo come Excomm abbiamo lavorato in assoluta armonia, ma anche come vicepresident Pr quest’anno non mi sono mai sentita lasciata sola, ma sempre sostenuta, incoraggiata e aiutata anche con le tecnologie disponibili. Grazie presidente!
Grazie a tutti voi. Vi ricordo che le elezioni per il prossimo Excomm saranno il 22 maggio. Forza fatevi avanti!

5 thoughts on “31 gennaio 2012 – Intervista al Best Speaker

    • Grazie Paola, è la forza dei contenuti che rende bella l’intervista! Francesco President for ever!!! Ma mi sa che non si può per regolamento…

  1. Una gran bella intervista!
    Ricchissima di spunti, suggerimenti e molto-molto aperta sull’emotività (nonostante Francesco parli di logica e razionalità). E molto motivante!
    Bella davvero!
    Mi spiace non aver potuto ascoltare lo speech, direttamente dalla sua viva voce. (Credo di essere arrivata dopo)
    Un bello sprone a chi – come me – sta iniziando…
    :-D

  2. Complimenti al nostro Presidente perchè nelle risposte ci dà dei suggerimenti e dei consigli; complimenti a Gaia perchè con la sua professionalità è riuscita a far raccontare …..
    vi stimo molto!!! e sono contenta di far parte di questo meraviglioso gruppo!!!!!

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